Abbandono e astrazione

Al Nonno

Tutto era nero. Gigantesco. Un nulla abissale da gelare il sangue.

Galleggiavo in mezzo al nulla come una stella. Impotente. Ma presente.

Una sensazione di velocità mi incollava alla superficie da cui osservavo.

Davanti a me, una forma. Il disegno di un uomo, come disegnato da un bambino. Appena il tempo di guardare questa figura sottile, sottile, sottile come il più fragile dei tratti, che questa andava trasformandosi in un oggetto ripugnante, gonfiandosi all’infinito fino ad oscurare il mio sguardo sconvolto.

E sempre questa velocità, mai provata prima. Fino a che non mi trasformassi in stella e osservassi quest’uomo.

Cosa vuole da me, quest’omino che sinistramente s’ingrossa, in un alone di tristezza e malinconia?

Del tempo passò. Di tanto in tanto l’omino veniva a parlarmi nel suo linguaggio silenzioso. Mi abituavo a lui malgrado la paura, malgrado la voce che risuonava nell’immensità del nulla. Non vi ho ancora parlato di questa voce. Ce n’era sempre una, quando diventavo una stella.

Questa voce la conosco. È quella di un essere che mi è caro. La voce di qualcuno che conta e sul quale non si può contare.
La voce di qualcuno che conta e sul quale un omino fragile dai tratti sottili non può contare?

Il tempo passava.

Una sensazione molesta mi si incollava alla pelle. Un’immensa fatica, e la certezza che quello sforzo era vano. Ma proseguivo il mio sforzo, quasi sovrumano. Ormai era un’eternità che correvo. Dall’epoca in cui il mondo metteva radici nella nostra anima.

Mi riposavo alcuni secondi in un anfratto scavato nel suolo, simile a una larga trincea, al riparo dal suo sguardo. Sentivo la sua presenza. Il suo viso non l’ho mai visto. Inesorabilmente si avvicinava, lo sapevo. Tutto andava a finire come al solito. Nel momento in cui quel dannato spettro appariva,riprendevo fiato e mi spostavo di nuovo. Ma cosa vuole da me, santo cielo?

Paradossalmente, anche se pochi metri ci separavano, anche se la mia corsa pesante era incomparabile con la sua velocità, non mi acciuffava ancora. Nessuna rapidità. Era per far durare la mia sofferenza? Vi era una logica fisica a me sconosciuta. Il tempo si sfaldava, si allungava. E io continuavo a correre, inevitabilmente.

Incrociavo qualche amico, qualche parente addirittura. Non tutti. Erano occupati con la loro vita, spesso in piccoli gruppi. Non mi chiedevo nemmeno come mai fossero lì, disposti con metodo in punti precisi, quasi matematicamente. Sul momento non ci trovavo nulla di illogico, occupato com’ero a correre. Quanto a loro, mi ignoravano pur avendomi visto, cosa che scatenava in me una tristezza piena di collera, d’incomprensione. Vi è mai capitato di osservare un cane cercare attorno a sé qualche buon cuore a cui dare il suo bastone? Ora che ci ripenso, correvo dietro alle persone a me familiari con la stessa frenesia, cercando conforto senza mai trovarlo. Solo indifferenza e ignoranza.

Ancora in vita, lasciando la pianura mi ritrovavo magicamente in un luogo maestoso, al limite della comprensione. La corsa a perdifiato e la fatica non mi impedivano di alzare lo sguardo al cielo. Ma cielo non c’era. Correvo in una sorta di cattedrale gigantesca, bagnata al tempo stesso dal buio e dalla luce. Da dove veniva quella luce? Per un istante distinguevo perfettamente la forma e il soffitto al disopra di me. Cento metri, duecento metri, trecento metri? Quel luogo oltrepassava i miei punti di riferimento. Una grandezza incredibile. Avevo il tempo di sorridere, mosso dalla bellezza di quel posto. Di sicuro non mi ritroverò mai più qui. Ma questo ricordo sarà eterno.

Continuavo a correre. Qualche centinaio di metri più in là, la grotta era dietro di me. Ero ancora vivo. Lui non mi aveva ancora preso. Il nemico aveva cambiato volto ma continuavo a correre.

Lo stronzo aveva forse cambiato faccia, ma sapevo che c’era ancora. Non rallentavo la mia corsa. Ero entrato in una foresta. Le case sugli alberi e collegate tra loro da ponteggi di legno mi permetteranno forse di distanziarlo, mi dicevo. Arrampicatomi in questo mondo meraviglioso nascosto sotto la cima degli alberi, cercavo una presenza amichevole nella prima casa. Scostando la tenda che faceva da porta d’ingresso sbirciavo nella casetta, una decina di metri quadrati a occhio e croce. Nessuno. Quanto allo spettro, non mi aveva perso di vista. Mi arrestavo ad ogni casa, ma non trovavo nessuno. Dov’erano tutti? Nessuno che mi aiutasse in questa corsa folle.

Troppo stanco, mi addormentavo in un angolo nascosto. Mi svegliavo nello spazio. Di nuovo nel nulla. Ero inesplicabilmente appollaiato su una struttura slanciata, sottile. La superficie sulla quale mi trovavo contava appena qualche metro quadrato. Minuscola, si potrebbe dire, in confronti ai paesaggi in cui ero immerso. Poiché, di fronte alla mia struttura che aleggiava, si trovava un’immensa navicella umana di cui non riuscivo a commensurare la grandezza. Riempiva tutta una parte della mia visuale. Tutto intorno a me, così come tra la navicella e la struttura su cui ero, il nulla. La profondità abissale dell’universo. Quanti metri mi separavano dalla navicella? Come quando ci troviamo al cospetto di uno spazio troppo grande per le nostre proporzioni da piccoli umani, impossibile da definire. Ciò che potevo definire era la paura che dimorava in me. Mi sentivo atterrato. Un flash tornava dal fondo della mia memoria: un’estate, da adolescente, in montagna con i miei, avevamo osservato troppo da vicino il troppo grande vuoto terrestre, noi in cima ad un piccolo promontorio. Con le mie sorelle e i miei genitori. Mia madre era stesa per terra e ci guardava. Tutti eravamo ripartiti sani e salvi.

Io non avevo quella fortuna. Dal recesso in cui ero prostrato, sulla struttura, delle presenze conosciute avanzavano verso il vuoto e si lasciavano cadere nel nulla. Ero incapace di muovermi, incapace di tirare fuori il minimo grido. In un moto freddo e meccanico, i corpi cadevano uno a uno.

Mi svegliavo.

Sollevato.

Non era stato che un lungo sogno.

Ci fu un tempo in cui tutto era calmo.