Il visitatore a la foresta magica

Era atteso. Come un messia. E se n’è andato. Fugace come la felicità. Tornerà?

Ora tutto è calmo, silenzioso … Per qualche giorno, ho guardato questa porta e questa stanza nella speranza di cogliervi ancora la sua essenza.

È il vuoto che ho trovato. L’altra faccia della materia. Qua e là, qualche traccia del suo passaggio. Libri, soprattutto. La sua voce, il suo sguardo, la sua gioia aleggiavano ancora. Questo silenzio… Insopportabile.

Non saprei dirvi dove siamo collocati, sulle scale del tempo e dello spazio. Ho gettato via l’orologio e la bussola. Dimenticare per ricordare meglio. “Tutto è nel movimento”, provavo a ripetermi, con un vuoto orribile dentro. Era qualcosa che ricordavo…

Come nell’idea che si ha di un albero, posso vedere e sentire solo ciò che mi circonda. È questo il mio dramma. Vorrei udire tutto l’universo, sempre e in eterno. Stringerlo nel mio cuore, tenerlo nella memoria, imprimerlo sulla superficie di tutto il mio corpo.

Era atteso. Se n’è andato. Ma nel frattempo abbiamo visitato ancora la foresta.

La natura è bella, ma sempre più distante da noi.

Per arrivarci, dobbiamo attraversare una squallida pianura d’asfalto, punteggiata da edifici fatiscenti. Provvisti ancora di una memoria, fragile e forte al tempo stesso, avanziamo nel freddo, contro il vento. Soffia forte, fa mulinare polvere e vecchie cianfrusaglie qua e là.

Nonostante sia sensibile al vento come i cani al temporale, apprezzo la sua presenza. Nasconde i gemiti dei pochi inquilini ancora presenti in questa parte di città. I loro lamenti di dolore non ci raggiungono. Sono privi di vitalità. Gli ospiti di questo pezzo di pianura non sono più umani, benché gli somiglino ancora. Ci affrettiamo. Non più un secondo in quest’incubo. Eppure, di tanto in tanto riconosco un viso che mi è familiare. Distolgo lo sguardo con tristezza. Tenere nella memoria…

In queste condizioni, io e il visitatore parliamo poco, tanto siamo concentrati sul nostro obiettivo. Avanziamo come automi. Tutto è freddo. Tutto ha odore di morte.

Perché il desiderio di dimenticare ha superato quello di vivere?” scandisce piano il visitatore, senza davvero rivolgersi a me. “È così da quando Dio è morto” risposi tristemente. Le nostre parole si tacquero, e continuavamo ad avanzare faticosamente.

Mi rifugiai per un istante nei miei ricordi. Nella foresta magica il tempo e lo spazio scompaiono, lasciando il posto a qualsiasi tempo e a qualsiasi spazio, secondo la nostra ispirazione, i nostri desideri.

Più d’una volta ho avuto la fortuna di camminare nella foresta magica con il visitatore. Ne sono sempre tornato. So di dover tornare. Vecchie leggende raccontano come alcuni siano restati nella foresta fino a morirne, consumati dai propri ideali e incapaci di tornare verso la pianura. Inesplicabilmente, essa sembra generosa solo con chi riparte.

Come due foglie sull’oceano della vita, ho avuto la fortuna di galleggiare con il visitatore in questa foresta meravigliosa. Qui, dove si nasconde questa speranza folle. Va avanti dalla nostra più tenera età. Talvolta l’abbiamo toccata. Talvolta abbiamo addirittura avuto la sensazione di essere posseduti da questa speranza. Poi ci lasciava. Personalmente, dopo ognuna di queste visite, avevo la sensazione di portare con me una parte di questa illusione.

Ma, paradossalmente, più la mia vita andava avanti e più quest’illusione richiedeva uno sforzo per essere conservata. Ora ricordo. Prendermene cura. La foresta potrebbe anche sparire dalla mia vista, trasformandosi in questa pianura abietta. Allora non potrei più tornare. Ne ho orrore. Mormoravo nel vento. Continuavo a immergermi nei miei ricordi.

Sin da piccoli, andavamo sottobraccio incontro alla vita, sul cammino della foresta. All’epoca, ci eravamo fatti riprendere dalle guide. Non eravamo pronti? Nessuno ci ha mai spiegato perché. I segreti da iniziati spesso hanno la pelle dura. Si erano forse già persi?

Ai tempi delle nostre prime visite la foresta aveva un volto particolare, somigliante ai nostri sogni. Siamo cambiati, e lei è cambiata. Delle sterpaglie sono apparse al limitare della foresta, rendendo il suo interno di difficile accesso. Armati di machete, a ogni visita era necessario sempre più tempo per superare questa frontiera e raggiungere sentieri più praticabili. Questa volta, il visitatore aveva fatto un’osservazione che non dimenticherò mai: “questi rovi sembrano nascere nel punto in cui una parte del mio essere rinuncia”. Si fece un silenzio come una pausa nel tempo e nello spazio. Graffiati, stanchi, finimmo per oltrepassare. Ormai era notte. Il momento in cui tutto è possibile.

Siamo alla ricerca sin da piccoli. Cerchiamo da soli. Cerchiamo quando ci ritroviamo. Cerchiamo dappertutto. Sappiamo dove cercare, senza sapere cosa troveremo. E il contrario. La magia è lì. Delle voci ci sussurrano delle indicazioni. Ma esse sono talmente numerose, e spesso in linguaggi sconosciuti, formati eppure da termini noti. Non riesco a spiegarmelo. A volte afferriamo al volo qualcuna di queste parole e ci sforziamo di scriverle per terra, con le dita, nella terra. In fretta, ché avevano la capacità di volatilizzarsi, specie quando sentivamo qualche grido dalla pianura. Neanche questo, riuscivo a spiegarmi. La foresta era profonda, densa, camminavamo per ore, eppure… i suoni della pianura riuscivano ad attraversare lo spazio. “Come se lo spazio si deformasse”, pensavo tra me e me.

A volte, inesplicabilmente, accade che queste parole prendano forme che sembrano indicarci una qualche regione della foresta. Allora discutiamo a lungo con il visitatore per accordarci sul percorso da seguire. Raramente siamo d’accordo. Il bello è che troviamo comunque una scorciatoia. Sempre.

La notte era stata breve ma mi sentivo rinvigorito. Mi guardavo intorno. Una grande e bella foresta. A volte luminosa, più spesso oscura. La luce filtrante ci permette di percorrerne i sentieri più facilmente di giorno che di notte. Ammirata la flora colorata, guardavo poi il visitatore, occupato a rollarsi una sigaretta con le sue dita sottili, fatte apposta per indicare. Cosa che a volte faceva, soprattutto nei nostri duelli verbali, quando voleva sottolineare un punto importante. Sono rari gli esseri come lui. Ne conosco qualcuno. Spesso sono danneggiati dalla vita. Lui lo è, come me. Danneggiato da un’ingiustizia. Danneggiato.

Tutti i sussurri che evocavo poc’anzi rispondono al sussurro del nostro essere. Si crea un eco, che va e viene. Come per magia, la foresta si tramuta per un istante nell’insieme di tutti i tempi e tutti gli spazi. Se in quell’istante potessimo sorvolarla, udiremmo senza dubbio tutti i sussurri di donna, d’uomo, di giovane, di vecchio, di saggio, di cercatore d’oro, di ladro, di mago, di strega… Dei sussurri che hanno spesso un nome. La foresta è come lo specchio magico di ogni visitatore che non sogna nei sogni ma nella luce del giorno. Tutto questo forma un corpo senza corpo che ci circonda. Che si voglia ricambiare il suo abbraccio o no.

In fondo alla foresta c’è un abisso nascosto. Un territorio da cui è possibile tornare, ma sul cui cammino si ha l’impressione di vivere gli ultimi momenti conoscibili… è un ricordo magnifico, una dolce memoria che ci permette di risollevarci e tornare in superficie. È la folle speranza di cui avevamo evocato la presenza. È là. La tocchiamo. Scompare subito.

Restiamo lì qualche ora, intontiti da questo incontro indefinibile. Tutto sembrava chiaro. Ma tutto è incredibilmente potente. I nostri cuori troppo deboli sono al limite dell’esplosione. Allora, vittime d’amnesia parziale involontaria, ripartiamo. Non senza aver prima osservato, ciascuno sul suo masso, quest’abisso mulinante tutte le bellezze del mondo, dalle più dolci alle più forti. Un abisso di colori e di spazi. Segnati, smarriti,ripartiamo. Questa foresta somiglia a questo spazio in fondo al nostro cuore, dove l’illusione non morirà mai.

Vieni, dobbiamo andare” sibilavo, prendendo il braccio al visitatore.